lunedì 10 agosto 2015

La sfida è: "rimanere", esserci sempre, costruire una casa sulla roccia

E ora vi parlerò di un libro scritto da un insegnante che ha fatto del suo lavoro una missione di vita, perchè educare è un pò dare la vita. Si chiama Franco Nembrini e se digitate su youtube ne trovate di video conferenze che lo riguardano. Ci sono certi contenuti che non si possono ripetere o cercare di spiegare, si devono riportare tutti interi e allora forse sortiscono l'effetto per cui sono stati pronunciati. Allora, sulla scia della manifestazione alla quale abbiamo partecipato il 24 del mese di giugno qui a Roma, in piazza San Giovanni, in  qualità di madri e di padri, portando semplicemente noi stessi, biologicamente diversi (ed è proprio questa la ricchezza), sulla scia di una responsabilità tanto grande, dunque, della quale ci sentiamo investiti proprio in qualità di genitori (è incredibile come i figli ti restituiscano immediato il senso della vita), vi riporto le parole di questo grande insegnante che vi assicuro, avrei voluto tanto incontrare io nel mio percorso scolastico, perchè quando trovi qualcuno che ti restituisce la tua dignità, difficilmente lo resti a guardare, nella maggior parte dei casi lo vuoi seguire, e se lo segui scopri che lui segue una luce e un amore ancora più grande, il significato che c'è dietro tutte le cose che girano intorno a te e che sono li per te, solo per essere scoperte e non sovvertite.
E prego Dio che mi faccia ricordare di queste parole ogni volta che mi trovo in difficoltà davanti ai miei figli, ogni volta che la paura mi prende di non sapere quello che è giusto o  sbagliato fare, di non avere sempre gli strumenti giusti e necessari a portare avanti questo grande compito di educare, perchè abbia solo la forza di restare sempre.

Da: "Il rischio di educare", cap IV - Il rischio necessario alla libertà, estratto della seconda lezione al corso educatori Scuola La Traccia, Calcinate (Bg), 19 Febbraio 2010.

"Quarta e ultima parola: il rischio necessario alla libertà. La libertà chiede all'educatore il rischio educativo. Perchè quest'ultima parola dà il titolo al libro? Perchè alla fine si concentra tutto lì. detto tutto quello che abbiamo detto - le dimensioni, le condizioni, a che cosa stare attenti e a cosa no -, resta questa cosa misteriosa che è la libertà dell'altro, la libertà del figlio, la libertà dell'alunno. Per questo da parte dell'adulto l'educazione comporta sempre un rischio, comporta sempre una misteriosità, un'imprevedibilità, l'impossibilità di dare alcunchè per scontato. Il rischio è necessario alla libertà dell'altro, e scommettere tutto sulla libertà è la cosa più difficile e più terribile. Per questo sentiamo come scorciatoia la regola, se riesco a imporre a mio figlio il rispetto della legge penso di aver svolto il mio compito di educatore; e invece ne ho fatto un burattino, o un inadeguato, uno che osserva la regole ma non ha un criterio suo di libertà, una convinzione sua: lo hai tirato su come un burattino, uno schiavo, e noi non vogliamo crescere i figli e gli alunni da schiavi. Noi vogliamo correrlo questo rischio della libertà, questo rischio terribile di ci parla la parabola del figliol prodigo, la più grande parabola del Vangelo con a tema l'educazione. Quel padre, che è Dio stesso, ha due figli, è il più giovane - forse quello che guardava con più affetto, come spesso accade con il più piccolo - gli va a dire: "Bravissimo, hai fatto tutto perfettamente, ma non me ne importa niente, dammi la parte di bene che mi spetta che vado a spenderli con delle prostitute: voglio buttare via la vita, voglio bruciare la vita, voglio distruggermi". il padre lo lascia andare, permette che il figlio corra fino in fondo il rischio della sua libertà. Noi tendiamo a leggere male questa parabola, perchè pensiamo subito che è finita bene, che il figlio è ritornato! Invece che dramma dev'essere stato. Che cosa deve aver vissuto quel padre! Eppure Gesù ce lo indica come modello dell'educazione.  
[.....] quel padre potrebbe essere un cane, sbagliare, può aver sbagliato tutto, ma qual'è la sua grande funzione? quella di rimanere. Quel padre è rimasto. Con tutto il dolore, con tutto lo strazio che può avere patito, è rimasto, per anni potrebbe essere salito all'ultima finestra più alta della casa a scrutare l'orizzonte, perchè il Vangelo dice che il padre lo vide da lontano tornare; e non dev'essere passata una settimana, anni avrà passato a scrutare l'orizzonte nella disperata attesa che il figlio ritornasse così che lo vede proprio in cima alla collina e gli corre incontro. Lui era lì. e l'essere lì, l'avere mantenuto la casa sulla roccia, l'esserci del padre e della madre è la grande condizione per cui l'educazione possa sperare in un compimento, anche di fronte agli sbagli, ai tradimenti, a capricci, prima, poi ai grandi "no" dell'adolescenza e della giovinezza. la speranza che tutto si compia nel bene tanto atteso è che l'adulto stia, rimanga, che quella casa ci sia; perchè altrimenti, se non c'è più, veramente è fatto il danno: gli  negata speranza, gli è negato il perdono. La cosa di cui tutti abbiamo bisogno per vivere è il perdono, è sapere che c'è un posto dove possiamo tornare. Quel padre ha corso il rischio; e questo non sarà risparmiato a nessuno di noi, nè insegnanti, nè genitori, se vogliamo essere educatori. Se vogliamo essere plagiatori di soldatini in serie, di soldatini di piombo, è un altra questione; ma se amiamo la libertà dei nostri figli e dei nostri alunni non ci sarà risparmiato questo rischio, lo dovremo correre fino in fondo".

1 commento:

  1. Proprio un bel commento al brano del libro. I soldatini di piombo sono tanto tristi e nascondono il germe della violenza fatta per la cosa giusta, la cosa buona....
    " Imparate da me che sono mite e umile di cuore" dice Quello che mette il bambino al centro. Siamo noi che possiamo imparare da loro ad amare, loro da noi possono al massimo imparare qualche consiglio per vivere meglio.

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